Deux poèmes traduits en espagnol par David Conte pour la revue Vallejo & Company

1+1 poemas de Fabrizio Bajec

Poema monstruo

Ya no aguantaba la tierra

con sus carburantes en ebullición

un alineamiento propicio

para que nos llevaran

y se acabara esta comedia

Estalló la corteza planetaria

como una hogaza en el horno

brotó aceite que el agua del mar

recubrió entonces todos empezamos

a trepar por la Torre Eiffel

con sus pilares inundados

La máquina productiva se detuvo

los editores arruinados por la poesía en tropel

por una vez tenía razón el New York Times

hallad causas para este derrumbe

El agua alcanzará nuestras centrales

Mejor vivir en la oscuridad

esperando el final

Gracias querida comunidad extractora

industriales indecentes

medicina en inglés

es sinónimo de droga

Farmacéuticos aprendices

tomad vuestras últimas pastillas

Al fondo de los barrancos

se apilan los cadáveres

¡Qué hermoso paisaje! ¡Cuántos abismos!

No es seguro que salga mañana el sol

si su hermana amada permanece inmóvil

Adiós amigos diremos que ya lo sabíamos

tanto creció el hombre

que llegó el momento de sacrificar su oro

no creáis que en el fondo fuera malo

juntos hemos creado el pelotón de la muerte

Un dragón de agua se muerde la cola

las mejillas azuladas de Javier

son las de un viejo dragón

cuyo fuego se habría apagado

en el veneno de un agua ardiente

y otras materias gaseosas

cuyas botellas de dos litros

se apilan abultadas como nalgas

en las estanterías del país

he aquí su única política

cargarse las cavidades del cuerpo

otra vez nuestro bien amado alza el vuelo

rumbo a un costoso arreglo

los brebajes surtidos para la juventud

gastaron las tuercas de una prótesis

a quien le toca huir de su jaula

al compás de una lluvia de grava

la montaña del dragón se desmorona

sus caminos bacheados se desprenden

y la mítica bestia se precipita

en un pozo de espera y plácida sequedad

escasas gotas refrescan su cabeza

recordando la bahía de todos los santos

la taza verde que llevaba a sus labios

en el paraíso de una infancia californiana

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(poemas en su idioma original, francés)

Poésie Monstre

La terre n’en pouvait plus

ses carburants bouillonnaient

l’alignement était propice

à ce que l’on fût emportés

et que cette comédie s’achève

L’écorce planétaire éclata

comme une miche de pain enfournée

et de l’huile en sortit que l’eau de la mer

vint recouvrir alors nous allâmes tous

grimper la Tour Eiffel

dont les pieds furent inondés

La machine productive à l’arrêt

les éditeurs ruinés par la poésie déferlante

pour une fois le New York Times avait raison

trouvez des causes à ce terrible effondrement

L’eau rejoindrait nos centrales

Mieux valait vivre dans le noir

en attendant la fin

 Merci chère communauté extractiviste

malhonnêtes industriels

médicaments en anglais

est synonyme de drogue

Apprentis pharmaciens

prenez vos dernières pilules

Au fond des ravins les corps s’empilent

Quel beau paysage ! Que des abîmes !

Pas sûr que le soleil se lève demain

si sa sœur bien aimée ne bouge plus

Adieu les amis on dira que l’on savait

L’homme a tellement grandi

qu’il était temps de sacrifie son or

ne croyez pas qu’au fond il soit mauvais

ensemble nous avons formé le peloton de la mort

Un dragon d’eau se mord la queue

les joues bleuâtres de Javier

sont celles d’un vieux dragon

qui aurait éteint son feu

dans le poison d’une eau ardente

et d’autres saloperies gazeuses

dont les bouteilles de deux litres

se dressent bombées comme des fesses

sur les étagères du pays

voici leur seule politique

abîmer les cavités du corps

notre bien-aimé s’envole encore

vers une réparation coûteuse  

les breuvages extraits pour la jeunesse

ont usé les boulons d’une prothèse

qui s’échappe à son tour de sa cage

suivie d’une pluie de pierraille

la montagne du dragon s’érode

ses chemins défoncés se décollent

et la bête mythique précipite

au fond d’un puits d’attente et de calme sec

de rares gouttes rafraîchissent sa tête

lui rappelant la baie de tous les saints

la tasse verte qu’il portait à ses lèvres

au paradis des enfants californiens

*(1975). Poeta, narrador, dramaturgo y traductor. Reside en París (Francia). Ha publicado en poesía Corpo nemico, del «Ottavo quarderno italiano di poesia contemporanea» (2004), Gli ultimi (2009), Entrare nel vuoto (Con-fine, 2011), Entrer dans le vide (2012), Loin de Dieu, près de toi / Con te, senza Dio (2013), La cura (Fermenti, 2015), La collaborazione (2018), Sogni e risvegli (2021); en novela Transizione (2020); y en teatro Rage (2009) representada en Italia y Bélgica, entre muchas otras.

Una recensione di Stefano Modeo, a proposito di « Sogni e risvegli »

Un lettore che abbia seguito il percorso creativo di Fabrizio Bajec sarà abituato alle imprevedibili e continue svolte del suo punto di osservazione. Un percorso che, poeticamente, sin dai tempi di Entrare nel vuoto (con-fine 2011), e proseguendo con La cura (Fermenti 2015),  La collaborazione (Marcos y Marcos 2018) – ma passando anche per il teatro, le auto-traduzioni dal francese e le versioni in italiano delle opere del poeta belga William Cliff –, ha cercato costantemente di porre la cinepresa in angolazioni differenti, talvolta profondamente interiori – portando all’estremo la parola per farla diventare simbolo –, talaltra piegandola alle piazze parigine in rivolta o tra i lavoratori, spingendola tra la brutalità e la rassegnazione di fronte alle nuove forme di asservimento.

Da qualche mese è uscito per la collana A27 dell’editore Amos Sogni e risvegli (2021), una silloge composta da 41 testi divisa in sei sezioni che guida il lettore in una sorta di viaggio tra il sonno e la veglia, tra la presenza e l’assenza, il passato e il presente.

Se con La collaborazione l’amara constatazione generale verteva sul rapporto tutto esterno di collaborazione, appunto, tra oppressi e oppressori, in questa nuova raccolta questo aspetto viene esorcizzato per mezzo di un ripiegamento interno, intimo, inconscio e privato. Qui collaborare con sé stessi significa salvarsi da un mondo in cui non ci si riconosce.

Questa via di fuga è chiara sin dalla prima sezione, ‘Spettri’. Infatti nella prima poesia, Frontiera (p. 17), Bajec ci propone immediatamente un punto di probabile non ritorno, un confine, un limite, in cui ognuno di noi termina e viene de-terminato acquistando una nuova forma, scendendo a patti con la propria limitatezza:

al di sotto io approfitto
ancora per poco del territorio
da cui mi strappo a malincuore
sperando di dormire e non sapere più niente
di questo tutto che è anche mio

Versi che in questo senso sembrano aggiungere qualcosa, forse una rinuncia, a quelli di Un essere umano, la poesia che apriva la raccolta Entrare nel vuoto: «Sono solo un uomo, senza alcuno scopo | se non quello di vedere come accadono | le cose che facciamo, una per una».       
Nei testi di Sogni e risvegli il concetto di confine, di frontiera, torna spesso attraverso l’elemento naturale: cocci di conchiglie, montagne, boschi, foglie, sassi, insetti, oceani e uccelli popolano le varie sezioni e ci restituiscono tutti un senso finale, di resa o di pacificazione:

vorrei tanto ripulirmi isolarmi in un bosco
seduto per terra aspettare
la grande pioggia sulle foglie
(solo quel suono) un cardellino inerme
capisce che è ora di scattare sotto un albero»
(Da una poesia di Magrelli, p. 26)

Allo stesso modo, ai fini di questa purificazione è necessario ripartire dal grado zero dell’infanzia, dal punto di vista – in prima persona – della figlia del poeta stesso come nella seconda sezione, ma anche dal proprio passato remoto, nella terza sezione, ‘Cronache di un’infanzia rurale’. In questo scarto di osservazione Bajec gioca metaforicamente con la dicotomia sogno-risveglio e viceversa.

È come se queste due dimensioni venissero sapientemente evocate dall’attenuazione o dall’incremento dell’utilizzo di immagini, analogie, rimandi; da testi più prosaici si passa ad altri più simbolici, con una sorta di stupore e forza immaginifica che colpisce la poeta-bambina – voce della seconda sezione – e il poeta-bambino voce della terza:

dinanzi allo spettacolo della volontà maestra
la freschezza dell’apprendimento
e il ritorno a zero sul contatore
supremo grado della parola
il bambino è poeta a due anni
(1, p. 29)

Tuttavia, come abbiamo detto, il libro si regge tutto sulla transitorietà, su un’«impermanenza» (Come gamberi nell’acqua bollente, p. 24), che tende ad abbandonarsi a quell’oltre (o a vincerlo?) della frontiera, del limite che sinora il mondo o l’individuo si sono posti come valico.

Questa tendenza si trova in continuità con il precedente libro di Bajec, La collaborazione, come voce corale di uomini e donne presenti nella sezione ‘Quaderno messicano’, oppressi in questo caso dalla turistificazione che ha stravolto luoghi e culture, cancellando ciò che era particolare di una civiltà e il cui unico elemento originale e resistente è quello naturale. Si arriva di conseguenza a ‘Poema della fame’, quinta sezione del libro, dove tornano affamati e ribelli gilets jaunes delle barricate, delle guerriglie con la gendarmeria francese, partigiani di un popolo sotto attacco da parte delle istituzioni e delle politiche neoliberali.

Ma il libro si conclude con il capitolo ‘Un’altra via’ – esattamente il punto, o meglio la direzione in cui voleva portarci Bajec. Quello che non a caso è l’ultimo testo, Ritiro (pp. 77-78), recita nell’incipit: «ritorno alla prima casella». Il cerchio, infatti, si chiude ancora una volta con un cambio netto e radicale d’inquadratura rispetto alle ruspe comunali, agli esplosivi e alle armi delle forze dell’ordine; ovvero con una dichiarazione poetica nuova, di contemplazione zen, ma senza ammiccamenti occidentali, bensì d’immersione totale in quell’impermanenza lucreziana a cui, in qualche modo, il poeta – e non solo – dovrà ritornare per salvarsi.


Ritiro

ritorno alla prima casella
0
non ai tuoi capricci
o alle tue opinioni
Seppo si dondola da un ramo all’altro
come una scimmia indiavolata
nel cortile frustato dal vento
0 è la destinazione e l’inizio
ogni scelta possibile
la dimensione aperta
0 nella vita non è così
male
anche tu ti sei forse sentito
0
da adulto punti a quell’obiettivo
spoliazione integrale
nudo di rettile
una cipolla senza veli
il sapore sarà più forte
apri la bocca

Stefano Modeo, « La balena Bianca », 15/07/2021

“Sogni e risvegli” di Fabrizio Bajec. Contemplazione, estasi e “veglia parziale”, una nota di Edoardo Zuccato su « L’estroverso »

Sogni e risvegli è un libro che sfrutta con sottigliezza i due termini del titolo. Il lettore si aspetta prima i sogni e poi i risvegli, ma rileggendo si nota che i risvegli hanno in sé qualcosa del sogno, e viceversa. C’è un effetto in parte speculare più che un movimento lineare in una direzione univoca.

Bajec utilizza un’articolazione sintattica un po’ più slegata che in passato, mettendo poca punteggiatura, con un effetto a volte quasi da monologo interiore, o meglio da discorso fra sé e sé, pur restando sempre all’interno di un’articolazione logico-razionale del discorso. Tale fluidità fa germogliare i pensieri uno dall’altro con un effetto di “veglia parziale”, per così dire, come se dentro di noi non fossimo mai svegli del tutto, se non in qualche momento felice (o infelice).

Detto questo, il libro presenta comunque una progressione dalla sezione iniziale, dedicata esplicitamente ai sogni, a quella finale, con testi la cui lucidità dà il senso di un risveglio alla nitidezza delle cose, in uno spirito di sapore buddista, già presente in precedenti libri di Bajec. In mezzo ci sono altre sezioni, in cui ci si sposta nel tempo e nello spazio: il mondo visto attraverso lo sguardo della figlia, rievocazioni dell’infanzia dell’autore, un quaderno di viaggio messicano, il conflitto sociale — una sezione che sottolinea come i sogni e i risvegli non sono solo individuali ma anche collettivi.

Questa sezione, nata dalla rivolta dei gilet gialli, è anche l’unica a essere stata scritta in italiano. Le altre sono traduzioni dell’autore di poesie composte in francese. Risognando gli originali, o forse risvegliandoli, in un’altra lingua, come fa ogni auto-traduttore consapevole.

2.

unico paesaggio notturno le sbarre
immobili guardie sui loro bastioni gelati
attraverso di loro nulla mi sfugge
le sbarre mi inquadrano
talvolta sporge un arto
qualche oggetto precipita e annuncia il mio rigetto
seduzione o passione per la gravità
le sbarre mi accompagnano
posso appendermi issarmi
come una bestia infatuata della sua cattività
ammirabile durante il sonno
benché ristretta e abbattuta
per aver molto lottato
questo sacchetto di farina mezzo vuoto
sono io e come ogni altra cosa
un posto mi spetta

5.

il tamburo egiziano risuona
l’ho martellato in terra
e morso le sue cordicelle
come le orecchie forate
di una madre africana paziente
tra gli escrementi
insensibile alla miseria altrui
ho scosso lo strumento sordo
senza riuscire a trarne profitto
in maniera ortodossa
cercavo la complicità di mio padre
ed era totale
anche se breve poiché
la correzione di questa lirica lo ha sottratto
al mio teatro ambulante

6.

quando passo bianca nel biancore della chiesa
abbaziale io minuscola di fronte agli alti muri
che cingevano i cistercensi inginocchiati
nel vuoto così forte da farli sparire
mi sento già morta e ho solo un anno
chiunque tu sia prendimi fammi volare

FABRIZIO BAJEC, SOGNI E RISVEGLI (NOTA DI ANDREA TALARICO) in « Poetarum Silva », 3/06/2022

Chi frequenta la poesia di Fabrizio Bajec e conserva ancora vivo il ricordo della sua ultima raccolta La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018) sarà forse colpito dal brusco cambio di registro dei componimenti, tutti presentati da una prospettiva più intima e coniugati per lo più al passato, che aprono la nuova raccolta Sogni e risvegli, uscita a maggio, per Amos Edizioni, nell’interessante nuova collana «A27 poesia», diretta da Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter e Giovanni Turra e inaugurata nel settembre 2017 da Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla.
La collana rappresenta una scelta editoriale piuttosto coraggiosa nel panorama editoriale contemporaneo: le raccolte pubblicate sono tutte relativamente brevi (all’incirca una trentina di testi) in un formato a metà strada tra la plaquette e la raccolta poetica vera e proprio e prende il nome dall’A27, dalla descrizione dell’editore stesso:

A27, l’autostrada che taglia verticalmente il Veneto orientale, accoglie in sé molti significati e sovrasensi: incontri passaggi soste scambi. E così la sua poesia: colta da un vasto dintorno di esperienze, ci apre a mondi, e modi, ignoti eppure prossimi. 

Ho letto questa definizione solo dopo aver ultimato la lettura di Sogni e risvegli, e confesso di aver pensato immediatamente che questa raccolta di Bajec aderisse perfettamente al contenuto di queste righe, ma andiamo con ordine.     
La raccolta, che il poeta dedica alla figlia Arielle, si apre non a caso con una citazione di Aristotele (Etica Nicomachea X (K), VIII, 1178b, 20-23) che, se ho bene inteso, costituisce una delle chiavi di accesso privilegiate per la piena comprensione dell’ispirazione e degli intenti della raccolta:

Che poi la felicità perfetta risieda in un’attività contemplativa può risultare anche dal fatto seguente.
Noi cioè immaginiamo che gli dèi siano sommamente beati e felici: quali azioni dunque si devono attribuire ad essi? Forse quelle giuste? Ma non sembreranno forse ridicoli, qualora facciano contratti, si restituiscano depositi e facciano simili cose? Oppure le azioni coraggiose, immaginando che compiano cose paurose e che corrano pericolo perché è decoroso? Oppure le azioni generose? Ma a chi doneranno? Ma sarà assurdo che abbiano monete o cose simili. E le loro azioni moderate quali sarebbero? Non sarebbe forse cosa grossolana il lodarli perché non hanno cattivi desideri? Se si considera tutto ciò che riguarda le azioni, ci apparirà sempre piccolo e indegno degli dèi. Eppure tutti ritengono che essi vivano e che quindi siano in attività, non che dormano come Endimione. Se dunque a chi vive si toglie l’agire, e ancor più il creare, che cosa resta se non la contemplazione? Cosicché l’attività del dio, che eccelle per beatitudine, sarà contemplativa. Quindi anche tra le attività umane quella che è più congenere a questa, sarà quella più capace di render felici.[1]           

Rispetto all’originale, il passo così come è citato in Sogni e risvegli appare leggermente diverso:

[…] Se si toglie a un essere umano il potere di agire e, ancor più, quello di creare, cosa gli rimane oltre alla contemplazione?» (Aristotele) (Sogni e risvegli, p. 13)

Si noterà soprattutto lo scarto tra gli esseri viventi («a chi vive»), quali sono gli dèi di cui parla Aristotele nel testo originale, e l’essere umano della citazione riportata da Bajec. Il cortocircuito potrebbe essere generato banalmente da uno scarto di traduzione rispetto a quella tenuta sotto mano dal poeta oppure si potrebbe pensare a una precisa volontà del poeta di piegare il dettato di Aristotele per fornire un suggerimento neanche troppo velato al lettore: del resto leggendo il solo estratto nella forma proposta da Bajec si può intendere che le capacità di agire e creare siano attivamente tolte all’essere umano e quindi il significato del passo sia in qualche misura reinterpretato in negativo attraverso questo scarto. Ma siamo nel dominio della pura speculazione; pure mi sembrava doveroso presentare questo problema per toccare con mano quanta attenzione occorra prestare ai dettagli per poter anche solo intravedere la fitta rete di significati che si celano dietro il testo letterario, e poetico in particolare. 
Per entrare nel merito della raccolta, questa si suddivide in sei parti distinte e numerate progressivamente dall’autore: I. Spettri, II. Nascita e contemplazione, III. Cronache di un’infanzia rurale, IV, Quaderno messicano, V. Poema della fame, VI. Un’altra via.
Come indica lo stesso autore nella Nota in calce alla raccolta (pp. 83-86): «Eccezion fatta per il Poema della fame, le poesie di questo libro sono state scritte in francese e tradotte in italiano così come procedo ormai dal 2008, l’auto-traduzione essendo per me una terza lingua» (p. 83): il processo di auto-traduzione di Bajec, in un autore bilingue e familiare con la cultura tanto italiana che francese, diventa da un lato processo creativo, dall’altro strumento di auto-esegesi e in un certo senso anche di mediazione culturale.   
La prima sezione, Spettri, contiene già in nuce i motivi fondamentali di Sogni e risvegli, i cui componimenti prendono occasione da elementi che provengono dalle dimensioni del ricordo e del sogno, al punto da rendere difficile per il lettore (e forse lo era anche per l’autore) distinguere le due. Un ruolo decisivo è giocato dalla riflessione del poeta sulla sua paternità: alla figlia è infatti dedicata la raccolta e la figlia entra in scena già, come destinataria di una promessa, in Prima dell’alba, secondo componimento della raccolta. Accanto alla figlia, che avrà un ruolo decisivo nelle parti successive, emergono ricordi del passato, figure come la nonna del poeta (Pasto frugale) o componimenti di ispirazione zen (La montagna delle farfalle: anche lo zen giocherà un ruolo fondamentale in Sogni e risvegli) e dialoghi con poeti (o artisti, o opere d’arte) che sono stati in qualche modo fonte di ispirazione per Bajec (Da una poesia di Magrelli).  
Nella seconda sezione, Nascita e contemplazione, forse la più riuscita dell’intera raccolta, assume un ruolo centrale la figura della figlia, cui «spetta in modo/ predefinito la prima persona» (1.): i componimenti sono tutti opera della figlia, del resto «il bambino è poeta a due anni/ e il padre trascrive un’opera orale»; a lei spetta il diritto di dire “Io”:

Ti offro il mio muco ogni mia caduta
la saliva il peso del mio sedere
al mattino sulla mascella il mio cranio
privatizzo la tua mano o un dito
dopo essere crollata mille volte
seguendo il rito della sonnolenza
una danza o caccia in pianura
temo i rapaci che tu continui a convocare
le garguglie alate già scendono dalle chiese
non ho altre richieste tutto brucia qui sotto
.                             (Nascita e contemplazione, 4.)

Da questo componimento che ho tratto come esempio mi permetto di far notare almeno due dettagli a mio avviso rilevanti: il primo la scelta poetica, se vogliamo piuttosto rischiosa ma coerente in tutta la raccolta, di rinunciare completamente all’utilizzo dell’interpunzione affidando la scansione ritmica della poesia alla sola prosodia e all’uso degli a capo e la scansione sintattica all’intelligenza del lettore. Per quanto riguarda invece il processo di auto-traduzione, è significativo l’impiego del termine desueto garguglie per indicare quelle “chimere” (intese in senso architettonico) cui ci riferiamo comunemente con l’inglese gargoyle(s). Il termine garguglie, invece, pur desueto in italiano (al pari dell’altro adattamento impiegato nella nostra lingua: gargolle) è molto più vicino, a livello fonomorfologico, al francese gargouilles: è uno di quegli esempi in cui il processo di auto-traduzione delle poesie di Bajec da un originale in francese diventa parte fondamentale del processo creativo e dell’esito sul piano formale e stilistico e che comporta anche un notevole scarto culturale, laddove al termine esclusivo e comune nell’uso dell’originale francese viene reso con un termine inconsueto in ragione di una maggiore fedeltà fonomorfologica. Aggiungo inoltre, per curiosità, che Gargouille è anche il nome che, nel mito, ha il drago che fu sconfitto da Saint Romain, arcivescovo di Rouen, e da questo mostro prenderebbero il nome le celebri sculture.
In Cronache di un’infanzia rurale i componimenti, che prendono spunto da occasioni ed episodi collocati geograficamente in Egitto (dove l’autore ha trascorso parte dell’infanzia), permettono una descrizione “straniata” di riti, luoghi e monumenti, visti attraverso gli occhi del bambino:

le sfingi medie non hanno testa
su quelle più grandi non posso salire
nelle nere stanze dormono uomini essiccati
e pieni d’oro il faraone mi incute un terrore
simile a quello del girasole
contemplato dalla casa al mare
mostruoso quando sfiorisce
la sua fine fa ancora più paura della vita
lo sento sputare imprecazioni tra le smorfie
orrendo non poterci far nulla
.                             (Abu Simbel-Agami)

Nella quarta sezione, Quaderno messicano, Bajec raccoglie pensieri ed emozioni dietro la prospettiva di un “noi” collettivo che dovrebbe stare per i tre membri della famiglia, inizialmente. Ben presto, però, la dimensione del ricordo, che apre anche questa sparte della raccolta e prende spunto da un viaggio di famiglia in Messico, scivola presto verso componimenti dal tono più spiccatamente politico e sociale (Fondazione Dolores Olmedo). Gli ultimi componimenti, senza titolo, provvisti solo di numerazione progressiva (1.-4.) marcano un progressivo slittamento dal “noi (famiglia Bajec)” al “noi (esseri umani)”, ed è eloquente in questo senso la funzione del villaggio Sangre de Cristo, che inscena quasi una macabra comunione, preludio al Poema della fame.
Peculiare proprio la posizione del Poema della fame, già pubblicato autonomamente sul sito web “Le parole e le cose” nel giugno 2019 (la prefazione che lo accompagnava è riprodotta alle pp. 84-85), ma che alla luce della sua nuova collocazione in Sogni e risvegli andrà letto diversamente, non più (o meglio, non solo) come componimento ispirato dalle manifestazioni dei “gilet gialli” francesi, ma come punto di ribaltamento o acme del libro. A questo proposito è interessante notare come l’autore abbia deciso di non inserire una quarta parte del poema che, sebbene espunta già al momento della apparizione su “Le parole e le cose”, pure l’autore aveva deciso di “riabilitare” in un secondo momento, pubblicandola su “Puntapenna” nell’ottobre del 2020.  
La sesta e ultima sezione, Un’altra via, si apre sul ritratto di un uomo riconciliato con sé stesso e con la natura, dopo il tumulto civile e politico delle due sessioni precedenti, caratterizzate da toni violenti ed eventi conflittuali. Ora invece abbiamo un individuo che

vive in pace su una sedia di legno
ben nascosto in fondo al giardinetto
i passeri vengono a lui e anche i piccioni
si aggiungono ma non vi è cibo ai suoi piedi
è la natura stessa che lo riconosce
e gli animali sono come estasiati
.                             (Un’altra via, 1.)

Questo processo di maturazione trova forse la sua massima sintesi e raffigurazione nel componimento che chiude l’opera, Ritiro, dove nello slittamento da ‘0’ a ‘O’ dobbiamo forse vedere, alla luce dei rimandi allo zen cui si è accennato in precedenza, un riferimento a uno dei simboli fondamentali della disciplina zen, l’ensō, un cerchio dipinto a mano, solitamente con una singola pennellata, e che rappresenta il vuoto (la forma è vuoto, il vuoto è forma), il momento in cui la mente è libera di lasciare che il corpo si dedichi all’attività creativa, come suggerisce il riferimento al maestro zen Seppo che il poeta si premura di rendere esplicito nella Nota dell’autore (p. 86).

© Andrea Talarico

La poesia di William Cliff in una traduzione di Fabrizio Bajec

La poesia di William Cliff in una traduzione di Fabrizio Bajec 
(Jessy Simonini)
William Cliff, Materia chiusa, Eliot, 2020
La recente traduzione delle poesie di William Cliff, realizzata da Fabrizio Bajec, si configura come un’eccellente opportunità di scoperta per questo protagonista contemporaneo della poesia belga in lingua francese.

Cliff è autore particolarmente prolifico e ha vinto nel 2015 il Prix Goncourt per la Poesia, ma si è pure misurato con altre prove, una su tutte la traduzione dantesca pubblicata nel 2014 all’insegna di una libertà quasi sfacciata (Cliff sopprime elementi che considera come poco utili) ma pure di una certa fedeltà alle strutture metriche d’origine (Dante, L’Enfer, Parigi, La Table Ronde, 2014). Fedeltà che è rivendicata dallo stesso Cliff in testo particolarmente rappresentativo della sua poetica, dove afferma di credere ancora nella “prosodia francese”:


Je crois en la française prosodie
au comput des syllabes que l’on lie
l’une à l’autre jusqu’à se retrouver
au bout d’un vers qui devrait bien rimer.
Baudelaire et Verlaine ont fait usage
de cette prosodie durant leur âge
il me plaît quant à moi continuer
de cheminer dans cette marche à pieds.

Nell’affrontare i primi testi di Cliff, sia quelli qui raccolti (tratti da tre raccolte degli ultimi anni, Matières fermées, 2018; Au nord de Mogador, 2018 e Amour perdu, 2015) e pure quelli di alcune raccolte precedenti (per la traduzione italiana faccio anche riferimento alle Poesie scelte del 2015, dove già si può ritrovare una certa comunanza di stilemi e di temi), emerge sin da subito un fortissimo legame con François Villon. Non solamente per la tradizione formale su cui si innerva la poesia di Cliff, che rielabora forme fisse di ascendenza medievale, a partire dalla ballata (a Villon si potrebbe infatti affiancare una folta schiera d’autori da Charles d’Orléans o Maurice Scève), quanto piuttosto per il particolare posizionamento poetico (e pure posizionamento della propria soggettività) di William Cliff. Il Villon della Ballade des pendus come quello dei testi in gergo omosessuale si situa infatti ai margini: margini della comunità e della città, che sia essa la Parigi tardomedievale o  lo “sfondo di stinta metropoli” dalle sfumature pasoliniane rappresentato da Cliff nei suoi testi. E come per Villon, anche lo sguardo di Cliff si dispiega in un universo marginale lordato da scarti, rovine e degrado.

Del resto, il gergo omosessuale di Villon riproduce quasi una lingua notturna, proibita, di prostituti e postriboli, dove i marginali prendono parola, facendosi io poetico ed esprimendosi in un loro personale idioletto. Lo stesso fa William Cliff: non semplicemente attraverso il recupero della forma fissa della ballade à la manière de Villon (come pure altri fanno in maniera rilevante nel corso del Novecento: lo nota con acume in un suo saggio il critico Gian Luca Picconi) o di altre forme, ma scegliendo di dirigere lo sguardo nella stessa direzione del poeta medievale. Penso ad esempio alla “Ballade des homo sexuels” (in Poesie scelte), che scandaglia un analogo paesaggio composto dal “letame della società”, ove gli homos stanno, complottanti, “in losche caverne”.

Mimetica rispetto a Villon è invece la “Ballade des dames du temps présent” (sempre in Poesie scelte), vero e proprio esercizio di stile rispetto alla notissima “Ballade des dames du temps jadis” medievale, reinnestata però su nuove categorie e un nuovo catalogo di dames, da Fanny Ardant a Vanessa Paradis:

Che racconta Vanessa Paradis
di cui tanto si parlava una volta?
in quale paese è poi andata
se la sua voce più non si sente?
e quella donna che ci ha incantati
con la sua aria da duchessa importante
ritrovo adesso quel nome che canta
Fanny Ardant dove sei bell’attrice?
non ti vedo più sulla tela bianca
e dove le tue sublimi delizie?
oh! dimmi Gina Lollobrigida
cosa dicono i tuoi bei capezzoli
che spuntavano allegri dal tuo petto
colmo d’inebrianti veleni?
e tu prosperosa Brigitte il tuo
corpo magnifico sedusse il mondo
quando salivi in bici il tuo sedere
metteva si dice una certa fame!
quando penso al tuo fascino perverso
dove mai si è nascosto mi chiedo
Marilyn dove sei triste vittima
morta presto per oscuri motivi?

La poetica di Cliff, fedele al tracciato di Villon, prende vita e si definisce in un luogo marginale- o marginalizzato-, dove emergono frammenti di una società post-industriale alla deriva, atroci periferie e, soprattutto, storie di “corpi che non contano”. Come nota saggiamente il traduttore e curatore nella sua introduzione, alcune poesie potrebbero ricordare le immagini di un film dei fratelli Dardenne e così, facilmente, ci si potrebbe pure trasfigurare nella Liegi desertificata del Matrimonio di Lorna (2008), fra le rovine, il fango, gli squallidi interni dei bar percorsi da ubriaconi d’ogni foggia.

Sarebbe anche possibile rintracciare un’ascendenza (o almeno una umile fratellanza), con la poesia di Pasolini, autore che conosceva bene Villon: questo emerge sì nella dimensione materialista della poesia di Cliff, come pure nella componente spirituale di alcuni testi, dove si definisce un rapporto stretto con il sacro e con l’elemento religioso. Ma il riferimento da considerare qui è piuttosto quello di un altro poeta del Novecento, il catalano Gabriel Ferrater, che lo stesso Cliff identifica come il proprio mentore e la cui eco ritorna sin da titolo, Materia chiusa, tratto da alcuni versi di una poesia di Ferrater:

Fruits prohibits, tancades
matèries
 del mon

e che si ritrova anche nell’esergo d’apertura di Matières fermées. I riferimenti a Ferrater sono così parte integrante della raccolta, giacché Cliff tenta di ricostruire il tracciato biografico del maestro, una specie di retrato machadiano (dall’esterno) che tenta di raffigurarlo. E così Ferrater appare per caso, alla fine di un testo dove il poeta racconta di un incontro, in un ristorante di Bruxelles, con un giovane catalano, Matias:

Matias ha fatto i suoi studi in catalano
perché i genitori vivono a Barcellona,
quindi preferisce scrivere in questa lingua
perché il suo francese non è buono abbastanza.
Vive in compagnia in una casa fiamminga
dopo aver conosciuto un amico fiammingo
è per lui che è venuto a Bruxelles volendo
lasciare Barcellona di cui è scontento.
Ero a cena in un ristorante portoghese,
e me l’hanno messo vicino per caso,
così lo conobbi e così mi conosce
e credo apprezzi ciò che dico della mia arte,
una maniera di scrivere che ho scoperto
a Barcellona con Ferrater il poeta
Terribile ubriacone, genio infernale
suicidatosi all’età di cinquant’anni,
essendo malato il suo povero animale
rifiutava di sostenerlo più avanti.
Tale fu il destino di quel poveraccio
che sorrideva comunque alle sue battute
anche se per gli amici era solo noioso
perché ripeteva sempre gli stessi scherzi.
Diceva che sulla terra l’uomo doveva
essere felice, era il suo destino,
mentre beveva del gin e il bicchiere
vuoto reclamava ancora quella bevanda.
E parlava senza sosta con occhi ironici
che incenerivano l’interlocutore.


Non sono pochi i testi che presentano riferimenti diretti alla figura del Ferrater poeta: anche se egli ha da tempo abbandonato la “vita organica”, c’è qualcosa che resta, che filtra necessariamente nelle poesie di Cliff, che allo stesso Ferrater deve molto per il proprio apprendistato poetico.

Ma lasciandosi alle spalle l’angoscia dell’influenza, pur necessaria per fornire alcune coordinate su questo poeta (e si tacerà qui la presenza ricorrente di Baudelaire e quella, più filtrata, di Charles Péguy), e riandando alla raccolta, emerge chiaramente come il titolo, Materia chiusa nella traduzione italiana, non sia affatto il sinonimo di un trobar clus. Malgrado l’ossessione per la forma (sia in termini metrici che in termini di struttura), infatti, i testi restano limpidi, trasparenti: privi d’artifizi e scevri di retorica, finalizzati a rappresentare solo ed esclusivamente la nuda vita nel suo manifestarsi, verso un materialismo che rifugge ogni soluzione metafisica e ogni infingimento.

E in questa nuda vita ci si dirige verso una dimensione organica, nella quale il corporeo assume un significato sempre più centrale: terreno di negoziazione e di identificazione, luogo dove è condensata la materia chiusa cui si fa riferimento nel titolo, la poesia diventa un tutt’uno con la corporeità, non semplicemente rappresentando il proprio corpo o i corpi degli altri, ma innestandosi in questa stessa corporeità, raffigurando i fluidi, i cedimenti della senescenza, il dolore fisico, la malattia, sino alla morte. Se come scrive Rich, il mondo del corpo è la nostra “zattera fra mondi astratti”, anche per Cliff il mondo del corpo, per quanto smembrato o sbrecciato possa essere, diviene la sola possibile zattera fra mondi immateriali:
Grazie per le cinque dita di ogni mano
con cui possiamo maneggiare varie cose,
e grazie per i denti (sono sempre meno)
che ci consentono di tritare grandiosi
alimenti ingoiati ogni giorno per nutrirci,
grazie per le due gambe che possono correre
quando bisogna prendere un treno in stazione,
grazie per le dita dei piedi che ci tengono
in equilibrio quando il corpo divaga,
grazie per i polmoni che irrigano il sangue
e lo rigenerano sempre con l’ossigeno,
grazie per i bambini che sono al cento per cento
i più grandi malfattori ma che seminiamo
per salvarci da un destino minaccioso.


E fra queste “trepidazioni del […] corpo in terra” emerge la componente omosessuale e autobiografica della poesia di Cliff. Rifiutando le tante forclusioni reperibili presso altri poeti del Novecento, Cliff mette in scena corpi maschili con un certo nitore genettiano. Rifuggita la dimensione più marcatamente militante o rivendicativa reperibile in alcuni testi degli anni Settanta, fra cui la già citata Ballade des homo sexuels e altri testi tradotti da Bajec in Poesie scelte, in Materia chiusa la dimensione omosessuale rimane tuttavia presente, nel rimemorare fugaci incontri e avventure carnali, nel mostrare le figure di uomini e ragazzi incontrati nel corso di viaggi o di vagabondaggi:

Lui aspetta, aspetta ciò che non conosce,
la bocca è gonfia, e aspetta, aspetta
appoggiato al muro, ha forse quindici anni
e vede muoversi il genere umano che bela,
uomini grigi seduti attorno a un tavolo
senza consumare nulla passano ore
lì a snocciolare il loro tempo fregato,
donne affaccendate in certe necessità
che il mondo richiede di giorno in giorno,
e mentre lui aspetta appoggiato a quel muro
una qualche verità che lo sorprenda ancora
e che non vedrà fra quei templi in rovina
brunastri con le loro colonne dritte e ferme
su scaglionamenti che crollano lenti,
aspetta, aspetta che Empedocle lo rapisca
e lo trascini con sé in fondo al Vulcano.


Se lo sguardo politico, almeno intimamente politico, pare venire ripristinato in alcuni testi, soprattutto della prima parte della raccolta (Quanta emozione per quei giovani cadaveri/strappati all’esistenza da loschi sbirri/e per sola destinazione le grotte/umide e lugubri che mangiano le fibre!), esso finisce poi divenire più rarefatto, marginalizzandosi. La realtà del mondo, dei conflitti, non viene epurata della propria crudezza realistica, ma tutto si dirige verso uno sfarinamento, una polverizzazione del politico e un rifiuto globale della società e delle sue dinamiche. La città, centro della rivolta, va lasciata, ed è su nuove coordinate che occorrerà ricapitolarsi e ridefinirsi, come emerge nella poesia posta a conclusione della raccolta:


Ecco perché occorre lasciare la città
(che ci impone sempre di fare l’amore)
per ritrovare una veduta tranquilla
della terra che cambia giorno dopo giorno
e del lavoro che svolgiamo lì per
lottare contro gli arrivi pericolosi,
lo sporco che ci corrode e che mina
coi suoi danni tutti i nostri tentativi,
e poi se il sole lo ritiene opportuno
ce ne andremo camminando lungo un sentiero
dove la nostra infanzia troverà forse
un’occasione per rianimarsi,
a meno che non ci si ritrovi qui
(davanti all’ESSERE) del tutto ammirativi.


Ad aprirsi, qui, è una visione più ampia, incarnatasi in un testo che si interroga sull’essere e sullo spirito, rilocalizzandosi in un mondo contemplativo che annuncia una vera e propria ritirata in luoghi meno ostili. Abbandonata dunque la città e riconquistata la campagna dove ritirarsi, in un lathe biosas poetico che rappresenta la sola possibilità per resistere ai mortali ritmi del mondo, il poeta resta ammirativo, tornando ad apprezzare la terra e il sole, per aprirsi un sentiero nitido che lo pare ricondurlo al mondo imberbe dell’infanzia.

Breve nota sulla traduzione
La traduzione realizzata da Fabrizio Bajec si caratterizza per una forte aderenza rispetto al testo francese e per il tentativo di mantenere intatta, almeno in parte, l’andatura originale delle poesie di Cliff. Dal punto di vista metrico, questa operazione è condotta con un certo rigore, che consente di cogliere pienamente il ritmo del testo originale. Per quanto riguarda la struttura delle rime, esse invece non vengono sempre conservate: una scelta che forse, soprattutto per la forma sonetto, può interrogarci, ma che è in parte compensata dal tentativo del traduttore di insistere sul particolare andamento del testo. Ove le rime sono conservate, le soluzioni adottate paiono tuttavia convincenti e aderenti al tracciato testuale di partenza:

Che tristezza quando gli umani si uccidono
a colpi d’armi chiassose, carri eruttanti,
mitragliatrici che quei mostri non smettono
di esibire per mostrare che sono «importanti».


O anche:

terribile ubriacone, genio infernale
suicidatosi all’età di cinquant’anni,
essendo malato il suo povero animale
rifiutava di sostenerlo più avanti.

(Jessy Simonini, Medium Poesia, 30/04/2021)

Va bene/non va bene

Passati i quarant’anni, non so bene perché, ma probabilmente come altri miei coetanei, ho cominciato a ricevere libri di giovani poeti e manoscritti via mail o via fb. Non più dattiloscritti di amici che volevano uno sguardo esterno, prima di spedire l’opera agli editori. Questo lo facevo anch’io. Ma ora arrivavano giovani poeti o sedicenti tali, che non conoscevo, e che sembravano in cerca di giudizi, consensi, più in generale di un aiuto di varia natura.

Qualche giorno fa ho addirittura ricevuto un messaggio in cui uno sconosciuto mi chiedeva di diventare “il suo maestro in quest’arte” senza che il suo messaggio lasciasse intendere che lui sapesse cosa scrivevo. Si diceva nuovo nell’ambiente, nonostante un’esperienza ventennale di scrittura.

In genere ho sempre detto cosa pensavo dei manoscritti e libri ricevuti, senza problemi, ma prendendo i guanti. Questo perché in passato ho anche subìto critiche violente dai miei mentori, commenti definitivi, implacabili, che possono ferire e far danni, se chi cerca un parere investe moltissimo in ciò che scrive, come fosse la cosa più importante della sua vita. Ho preso dunque i guanti, e certe volte ammetto di averli dimenticati, e alcuni si sono risentiti. “Le cose si possono dire, ma in un altro modo”. Le poesie brutte fanno arrabbiare almeno quanto i commenti negativi. Allora ho corretto il tiro, ho rimesso i guanti, con la convinzione, tuttavia, che fosse molto importante dire almeno una volta VA BENE e anche NON VA MENE, spiegando perché. Come quando consegnavo alle medie un disegno di educazione tecnica al professore e lui mi faceva scrivere sul foglio “Fa schifo”, con una certa ironia, perché voleva che lo scrivessi in francese, per non farmi dimenticare la mia lingua materna.

Le poesie come disegni di educazione tecnica. Perché no? Non è in ballo la storia l’intelligenza o la sensibilità della persona, ma la precisione, l’attenzione, lo sguardo, l’esecuzione.

Bisogna saper fare un complimento, ma è altrettanto necessario oggi (in tempi di poesia online e pubblicazione facile) di dire NO, NON CI SIAMO, ALMENO NON ANCORA. E farlo con tatto.

Chi cerca onestamente un aiuto, e non principalmente qualche aggancio editoriale, deve saperlo ascoltare e prendere coscienza che si può andare o tornare in bottega, a fare artigianato.

Il secondo punto è che bisogna anche sapere accompagnare nel tempo chi ha talento. Un amico regista mi disse quando eravamo più giovani: “In arte il talento c’è o non c’è, e quando ce l’hanno tutti vuol dire che qualcosa non va nella sincerità delle persone che leggono e giudicano”.

Bisogna sapere accompagnare un talento sempre con benevolenza. Il silenzio, il riserbo sono ingiustificabili, perché basta già quello degli editori, che non hanno tempo.

Per la poesia dobbiamo trovare il tempo di leggere e rispondere, senza alcuna forma di compenso, come invece esigono i critici di mestiere, che campano di recensioni e consulenze editoriali.

Bisogna farlo, se la richiesta di lettura e giudizio non ha secondi fini, se non quello di crescere e imparare qualcosa. E può anche capitare un giorno che i ruoli si invertano, che il mentore o “la guida” abbia bisogno di uno sguardo esterno da parte di una mente più fresca, semplicemente perché sa già cosa pensano i più vecchi e cosa diranno.

Non c’è niente di male a dire NON VA BENE, a patto che si metta il dito dove il dente duole o è traballante. E quando VA BENE o VA BENISSIMO non dimenticare che si parla sempre di un disegno di educazione tecnica, non di un genio.

Diversi anni fa ho smesso di scrivere recensioni negative per depurarmi e ritrovare il piacere di leggere e scrivere solo di libri che mi interessano e mi convincono, questo perché non ero più legato a una rivista e perché oggi leggo meno libri di versi di un tempo (per fortuna). Continuo a pensare (come altri della mia età) che i libri buoni sono pochi, quelli interessanti un po’ di più, e quelli che non funzionano o che sono scialbi costituiscono la maggioranza netta.

Occuparsi di poesia non vuol dire solo scriverla, ma essere curiosi di quella degli altri e parlarne in privato o in pubblico quando vale la pena. Forse anche parlandone c’è qualcosa da imparare.

La materia chiusa di William Cliff (La balena bianca, articolo di Stefano Modeo)

William Cliff, al secolo André Imberechts, autore belga classe 1940, è tra i più riconosciuti poeti francofoni contemporanei, vincitore del Grand prix de poésie de l’Académie française (2007) e del Goncourt per la Poesia (2015), autore di libri di viaggio, memorie, testi teatrali e oltre quindici raccolte poetiche, pubblicate da Gallimard, La Table Ronde, Le Rocher. In Italia è da poco stata pubblicata la raccolta Materia chiusa (Elliot 2020), tradotta da Fabrizio Bajec.

Durante la celebre trasmissione televisiva Apostrophes, invitato a presentare la sua raccolta America dal conduttore Bernard Pivot, uno spettatore osservò che la poesia di Cliff ricordava quella di Baudelaire. Effettivamente, inoltrandosi tra i versi ruvidi e scabrosi delle sue opere e di questa raccolta, il primo riferimento che salta in mente è proprio quello del poeta francese. In Materia Chiusa ad esempio, i corpi, specialmente quelli maschili, si presentano in tutta la loro crudezza, dal sesso alla vecchiaia, dalla miseria sociale al degrado urbano, dalle immondizie nelle discariche sino alla ruggine sui rubinetti negli hotel, dalla miserevole infanzia alla crudeltà della guerra, permettendo così al poeta di recitare il disastro umano. «Passate in rassegna, analizzate tutto quello che è naturale, tutte le azioni e i desideri del puro uomo naturale, non troverete che orrori. Tutto ciò che è bello e nobile è il risultato della ragione e del calcolo» scriveva l’autore de Les fleurs du mal, facendone scaturire – similmente a Cliff – un’estetica del brutto, una rappresentazione del progressivo decadimento dell’anima, la predominanza della materia e dunque, il negativo che nel moderno diventa fascinoso.

Tuttavia, come sappiamo, Baudelaire non si limita a questo «disgusto per il reale», né tanto meno accetta l’accusa di realismo, la quale al contrario lo indispone poiché la sua poesia non riproduce bensì, come sostiene Hugo Friedrich, trasforma. E infatti la materia fatta di metropoli, asfalto, illuminazione artificiale, giornali, manifesti, elettricità, vapore; in realtà racchiude il mistero che guida la poesia, svelando stati interiori, istinti, immagini, la solitudine degli uomini, il vuoto del progresso.
Similmente questo processo di svelamento/trasformazione avviene per la Materia Chiusa di Cliff in cui la poesia – in parte – non è qualcosa di spirituale, di incorporeo, ma è materia che rimanda ad altra materia. Attenzione, non apertura, ma appunto scoperta di ciò che in ogni caso resta chiuso affinché possa conservare la propria potenza. Così nella poesia da cui la raccolta prende il titolo:

Perché questo strano titolo Materie Chiuse?
Perché essendo vere non sono aperte
così conservano la loro potenza innata
che non è alla portata delle teste pronte

a spiegare sempre ciò che non si può capire.
Oh Materie Chiuse della vita ricorrente,
eccovi esposte al lettore in queste pagine
in cui si vedrà senz’altro qualche mio viaggio

e le trepidazioni del mio corpo in terra.
Oh Materie Chiuse che prese dallo slancio
non smettete di interpellarci e io penso
che avete ancora molta strada da fare

per raccogliere in questi versi lo spero
le Materie Chiuse dell’Immensa Esistenza.

La raccolta comprende alcuni testi tratti da opere che dividono in sezioni il libro: Materie chiuse (2018), A nord di Mogador (2018), Amor perduto (2015); e di fatto proseguono un lavoro di traduzione cominciato con Poesie Scelte (Fermenti 2015) vincitore del “Premio di Poesia Città di Trento – Oltre le mura”, in cui Bajec compie un’opera di grande aderenza al testo francese, soprattutto sul fronte metrico, meno su quello delle rime. L’intenzione, infatti, come si sostiene nell’introduzione, è quella di far emergere l’incedere del poeta, il suo passo. La poesia di Cliff si contraddistingue per un uso quasi fondamentalista di versi alessandrini, ottonari, decasillabi, versi di quattordici piedi, sonetti, ballate, dizain (componimento di dieci versi decasillabici). In questa raccolta ci troviamo di fronte a sonetti, ballate, madrigali, laude, in cui, appunto, consiste la Materia Chiusa e dove Cliff è capace di alternare momenti di altissima lirica a componimenti assolutamente antilirici con uno stile prevalentemente narrativo, prosaico. Non troviamo infatti metafore, allegorie, l’oscurità degli accostamenti lessicali; al contrario – e in questo caso Cliff si distingue da Baudelaire e dai simbolisti – i versi si susseguono apertamente in modo logico e chiaro facendo emergere quel contrasto che permette, come ho detto, un processo di svelamento e dichiarazione.

La scrittura di Cliff ha a che fare con i grandi autori della tradizione, da François Villon a Maurice Scève, da Charles d’Orléans ad Apollinaire distinguendosi però, anche per una certa linea «realista» che fa riferimento ad un altro maestro: Gabriel Ferrater, il quale lo inviterà a partire dal basso, da ciò che si vede, allontanandosi dall’ineffabile e dalle metafore. Per questo Cliff incentra la sua poesia su temi quali l’omosessualità, i viaggi, le disavventure e le miserie umane attraverso cui si manifesta la vita stessa nei suoi aspetti più istintuali e animali.
Tuttavia in Materia Chiusa esiste un ulteriore disperazione di fondo, che è quella della morte, del cedimento dei corpi, a cui si procede attraverso un percorso autobiografico di lento disfacimento delle cose, del poeta stesso e del mondo.

Requiem per l’infanzia che già se n’è andata
requiem per l’innocenza che è stata persa,
requiem per Dio che sospira dietro la porta
e si domanda se è del tutto scomparso,

requiem per la mia voce che piange di notte
e che sarà inghiottita dalla realtà,
requiem per la mia croce che tanto mi nuoce
e che ho infine gettato alla mia età,

requiem per l’emozione che avevo cantando,
requiem per l’idea di credermi vivo
in un mondo che rovina le nostre credenze…

E malgrado tutto cantiamo il requiem con
il canto che Buxtehude cantava a Lubecca
sia pur tra gli orrori di un tempo sciagurato.

Ed è a questa caducità della vita terrena che si lega il requiem anche per Dio, in cui la speranza sembra essere stata bandita ad ogni verso e in cui il poeta raggiunge – qui sì – una dimensione puramente spirituale, ma lo fa attraverso un’immersione nella sostanza finale della Materia, nella sua essenza più grave. Lo smarrimento sembra essere la condizione finale che contraddistingue la poesia di Cliff (il poeta ricordiamo ha 80 anni), in cui l’uomo nella sua solitudine più oscura, sul volgere di un’epoca assurda che ha visto guerre fratricide, impoverimento e imbarbarimento diffuso, prosegue una ricerca continua di una luce amica. Nel libro questa direzione prosegue con le altre due sezioni: A nord di Mogador e Amor perduto, in cui si contraddistinguono le poesie LaudiMalinconiaBel pensiero del mattino.

Spesso durante la notte si alza e guarda
a lungo le tenebre che lo circondano
interrogandosi sul suo smarrimento
quando invece gli altri sono stesi e dormono,

perfino le piante ripiegate su se stesse
e anche i sassi che paiono assopirsi:
sono forse universali queste abitudini?
e il mondo intero deve per forza dormire?

Lui rimane a lungo sul retro in cucina
là dove la vista si perde tra le campagne
mentre sua moglie dorme come una radice
e rumina di notte senza il minimo cruccio:

lui controlla se i vicini accendono la luce
o se non rispettano il sonno che è dovuto.

Infine, questo smarrimento ha un valore anche sul piano puramente politico. Se in Homo sum (1973) Cliff cantava nella Ballata degli omosessuali: «Avanziamo, avanziamo nella notte nera | […] Voi marcirete in terra come noi. | […] Siamo noi il letame della società | noi che complottiamo in losche caverne | […] Quando l’età avrà scritto sui nostri volti | che non ci sarà più speranza […] | allora forti di un alcol a buon mercato | lasceremo i nostri vecchi corpi crollare | sotto il peso mostruoso di tanti duelli. | Borghesi, allerta, Borghesi»; nel finale di Materia Chiusa i versi sembrano risolversi sotto una grande fuga, verso una dimensione trascendente. Pare non esserci spazio neppure per le lotte, per qualcosa da conquistare, da mostrare provocatoriamente. Chi lanciava molotov contro gli «sbirri» – scrive in una poesia – si è infiammato egli stesso, troppo in fretta, intensamente, mentre qualcuno provava a spegnergli le fiamme addosso. Per questo Cliff passa a porre un’ultima questione, «la più importante», lasciandola però aperta e irrisolta, tirando in ballo direttamente L’Essere. Sembra soltanto suggerirci, affinché si possa riacquistare una tranquillità, una giustizia, lontani dai governi, dalla servitù del corpo, dal lavoro, dalla città, che bisognerà trovare un luogo in cui «rianimare la propria infanzia», nella stagione dell’inconsapevolezza e della creatività felice. Infatti, solo guardandoci indietro da quella ritrovata condizione potremo avere una «veduta della terra». Tuttavia non si tratta di un piano puramente spirituale, bensì – forse – di una sorta di materialismo mistico, una danza continua tra materia spirito. Del resto ciò che scriveva Baudelaire a proposito del danzatore non è dissimile dal poeta, il quale «si è spezzato mille volte in segreto le ossa prima di presentarsi al pubblico».

La questione più importante è capire come
potremmo vivere senza questa bisaccia
che trasciniamo come fosse un governo
umiliante che di continuo ci minaccia:
questa servitù, questo nostro passa-tempo,
questa ricerca, questa strana illusione,
questa bellezza che può di tanto in tanto
esaltarci con un delirio assai raro
che allora ci fa nuotare, ci porta
fuori dal lavoro uccidendo la durata
e ci intossica in modo tale che
crediamo di avere una gloria dorata.
E poi ricadiamo nel più cupo grigiore
che dura molto e sempre ci attanaglia.

Ecco perché occorre lasciare la città
(che ci impone sempre di fare l’amore)
per ritrovare una veduta tranquilla
della terra che cambia giorno dopo giorno
e del lavoro che svolgiamo lì per
lottare contro gli arrivi pericolosi,
lo sporco che ci corrode e che mina
coi suoi danni tutti i nostri tentativi,
e poi se il sole lo ritiene opportuno
ce ne andremo camminando lungo un sentiero
dove la nostra infanzia troverà forse
un’occasione per rianimarsi,
a meno che non ci si ritrovi qui
(davanti all’ESSERE) del tutto ammirativi.

a cura di Stefano Modeo, La balena bianca, 19/01/2021

WILLIAM CLIFF, MATERIA CHIUSA (Poetarum Silva, 10/02/2021)

William CliffMateria chiusa
Traduzione e cura di Fabrizio Bajec
elliot 2020

Me voilà déjeté, misérable séquelle,
méprisé, conspué, honni de tout le monde,
regardant cette pluie du ciel continuelle
où pataugent les girls avec leur rire immonde.

Eccomi dunque reietto, miserabile postumo,
disprezzato, schernito e ovunque vilipeso,
mentre guardo venire giù la pioggia infinita
arrancano le miss e le loro oscene risa.

Con queste parole si presenta William Cliff, al sommo della sua lunga e prolifica carriera di poeta. Un misantropo schernito dal tempo e dagli uomini, oppresso da un cielo in disfacimento, mentre tutt’intorno dilaga la volgarità.
Questa immagine è rafforzata e arricchita da molti dei passaggi che compongono Materia chiusa, antologia di testi pubblicati nell’ultimo lustro, tradotta e curata da Fabrizio Bajec per i tipi di elliot. Cliff si dipinge come un personaggio disgustato dal suo tempo e torna volentieri al passato, ricordando la guerra e la miseria morale e materiale della ricostruzione. La stazione di partenza del suo lungo viaggio è il cento d’Europa – tra Fiandre e Vallonia – dove il poeta esperisce fin dall’infanzia il sentimento di una lingua impropria e provinciale. Il francese, che nel XX secolo sarà la lingua imposta e coloniale per eccellenza, è vissuta da Cliff al polo opposto della sua valenza geopolitica, come l’idioma dell’altro, del diverso.
Così, di pagina in pagina, senza rendersi del tutto conto di quello che accade, ci si trova invischiati in una poesia dai forti accenti narrativi ed autobiografici, anche se sarebbe sbagliato definire “diaristico” o “di memoria” il dettato di Cliff. Egli è un lirico – con accenti epigrammatici più che satirici – benché nell’unica maniera che gli sembra ancora possibile, ovvero sovrastando una realtà degradata con la propria risentita presenza. Materia chiusa è un romanzo degli anni che non concede niente alla prosa, in virtù dell’antica fedeltà che l’autore ha riservato alla poesia come forma tradizionale, aspetto giustamente messo in rilievo da Bajec nella sua Prefazione.
Al tono acido e disilluso del vecchio Cliff, sembra però corrispondere uno sguardo che ha preservato il suo originario candore, quando il poeta lamenta a voce spiegata i mali del mondo. Lontano dall’essere un freddo cantore del distacco, Cliff è inorridito o deliziato da una realtà sempre più lontana e indecifrabile. Il ritorno ai ricordi di una vita, affidato a una sorta di continua ekphrasis, si fa così inevitabile: la propria vicenda è mormorata quasi per stabilire un contatto con i giorni presenti, che immaginiamo solitari, trascorsi dal poeta come se fosse un sopravvissuto di lusso.
È a questo punto che la poesia di Cliff diventa quasi confidenziale, lasciando entrare nel ricordo il maestro Gabriel Ferrater, estrema propaggine della genìa baudelairiana che, a un passo dal suicidio, non smette di domandarsi «Quand partons-nous pour le Bonheur?»:

«Quand partons-nous pour le Bonheur?» disait-il en
répétant la phrase de Charles Baudelaire,
mais on voyait sous son sourire en même temps
la pitoyable issue qu’il allait devoir faire.

«Quando salpiamo per la gioia immensa?» diceva
ripetendo la frase di Charles Baudelaire,
ma al contempo dietro il sorriso si vedeva
la fine pietosa che avrebbe poi fatto.

E di nuovo, alla tragica storia di Ferrater sembra corrispondere una sequenza del presente, in cui il poeta continua a narrare, attraverso la sua collana di pseudo-sonetti, una disavventura occorsa durante un viaggio a Londra, che gli vale un ricovero in ospedale. E da lì, sempre attraverso la mediazione di uno scrittore (Senancour), la memoria vola agli anni di studio e formazione trascorsi a Barcellona, e infine ritorna a un presente squallido e incomprensibile, mitigato solo da una fede cieca e quai infantile.
Il gioco a cui ci invita Cliff ha qualcosa di materico, carnale. I suoi ricordi sono spesso incentrati sul cibo, sul piacere di vagabondare in città straniere e, in una parola, sul piacere di essere vivi. Nelle ampie schiarite del suo carattere bisbetico e ombroso, Cliff prova a farci capire che vale la pena vivere per cercare quello che ci piace e ci fa essere felici (lo stesso Ferrater diceva che il destino dell’uomo è essere felice) mentre è del tutto inutile ricercare quanto ci rende malinconici o di cattivo umore.
Un messaggio elementare, che ben pochi poeti avrebbero oggi il coraggio di abbracciare così esplicitamente. Nonostante la sua dura scorza, il vecchio poeta non esita ad indicarci la naturalezza dei bambini, «les plus grands malfaisants […] que pourtant l’on sème/ comme pour nous sauver d’un destin menaçant» («i più grandi malfattori […] che seminiamo/ per salvarci da un destino minaccioso»). 

© Fabrizio Miliucci

Transizione – un’intervista su gaynews a cura di Claudio Finelli

Qualche mese fa, per la casa editrice Unicopli, Fabrizio Bajec, poeta, drammaturgo e traduttore italo-francese, ha pubblicato il suo ultimo romanzo Transizione, storia di confessioni e trasformazioni che ha per protagonisti un insegnante che diventa biografo e uno studente, Antonio, che “rinasce” come Emma.

Già giovanissimo, Antonio, che viveva in un villaggio di montagna e adottava un abbigliamento “progressista”, percepisce d’essere destinato alle “trasformazioni”, di avere una natura “asistematica”; la stessa sensazione percepita dall’insegnante biografo che, nel prologo del libro, immaginiamo come Grisù, il draghetto, atipico eroe dei comics negli anni ’70, che si faceva in quattro per somigliare agli esseri umani.

L’incontro tra Antonio e l’insegnante, che avviene tra aule, corridoi e neon danneggiati dal tempo, è un incontro tra anime alla ricerca di identità: l’insegnante vede in Antonio/Emma il soggetto ideale per le sue ambizioni letterarie (“Essere biografi è già una forma di realizzazione”); Antonio/Emma vede nell’insegnante un interlocutore funzionale a prendere maggiormente coscienza del proprio percorso umano ed emotivo.

Ma l’insegnante non riesce poi a sottrarsi alla tentazione di manipolare il proprio soggetto, riconducendolo entro i cliché di una rassicurante «normalità» che nega il vero motivo della nascente Emma. Per lei, infatti, il cambiamento di sesso è solo lo strumento supremo di affermare la propria autodeterminazione. Dovrà invece confrontarsi con un gioco perverso, fatto di dominazione, amicizia e prospettive inedite.

Per saperne di più sul libro, contattiamo l’autore, Fabrizio Bajec.

Il tuo romanzo racconta la storia di una transizione attraverso le tessere memoriali raccolte da un professore-biografo, che intervista una sua allieva trans. Si tratta di una mera soluzione narrativa o è una soluzione funzionale a dare una profondità più analitica alla storia?

Si tratta di una struttura pensata per parlare sia della questione del genere letterario (la fiction et la non fiction; i romanzo, la biografia) sia per mostrare due percorsi di transizione. Ma l’intervista con l’allieva mi ha permesso anche di mettere questi personaggi l’uno di fronte all’altro. Si raggiungono per affinità e sono l’uno lo specchio dell’altro. Era un modo di raccontare la transessualità dall’esterno, dal punto di vista di un eterosessuale, per una volta. Volevo “naturalizzare” il fenomeno. Ci sono dei brani più analitici e altri puramente narrativi. L’insegnante (che non ha nome perché è alienato dalla sua funzione professionale e poi si libera con quella di scrittore) analizza l’allieva che si analizza anche da sola. A volte i loro incontri somigliano a delle sedute di psicoterapia. Anche l’insegnante prende coscienza di ciò che fa e di chi sta diventando. Ma non volevo che la struttura del romanzo nel romanzo fosse troppo pesante.

Leggendo il racconto della transizione, appare anche evidente il ruolo importante – maieutico direi – che ricopre il biografo. Che peso ha la diffusione biografica nella trasformazione dell’immaginario collettivo e nello scardinamento dei pregiudizi? Che peso ha la testimonianza di “persone comuni” dalla vita “non conforme”?

La testimonianza di una persona comune dal percorso originale è ispirante per un lettore, può far sì che questi si interroghi su ciò che considera come “evidente” e sui suoi pregiudizi sociali. Capita anche al personaggio dell’insegnante di rimettersi in discussione o ripensare al proprio passato, a quando era giovane come Emma. E poi la vita di una persona comune può essere una storia avvincente, a condizione di essere raccontata in un certo modo. Se però, riprendo la citazione sopra indicata, direi che diventare biografo è per l’insegnante un modo per dirsi scrittore anche se non ha la capacità immaginativa per scrivere un romanzo a partire da zero. È abitato dal desiderio di lasciare qualcosa ed essere qualcuno. Non scrive per bisogno o perché non ne può fare a meno; lo fa perché vuole raggiungere un obiettivo: diventare speciale grazie a un’opera letteraria che deve ancora scrivere. È un male che tocca molte persone nella società di oggi. Vogliono essere più cose insieme a condizione che si parli di loro e che abbiano la loro ora di gloria. Quindi è il terrore di non essere nessuno che muove l’insegnante. Perciò è affascinato dall’allieva che cerca di definirsi.

La transizione di Emma è anche un racconto di fratture e di rinunce. Fratture e rinunce emergono anche nella vita del professore biografo. Si tratta forse di due transizioni diverse, che si confrontano e si misurano reciprocamente?

Una ha a che fare col gender, l’altra è di tipo lavorativo o professionale, visto che il professore diventerà biografo e poi romanziere, ma passerà anche dalla condizione di scapolo edonista a quella di uomo legato a una persona, quindi in coppia. Emma rinuncia a una probabile carriera artistica (di ballerina), taglia col suo passato – per quanto sia possibile ˗ lo vuole bruciare come si fa con una fotografia, è molto radicale. Il professore rinuncia ad avere presa sul proprio lavoro e alla vita di eterno ragazzo. Emma è più matura di lui, in questo senso, dal basso dei suoi diciannove anni. Direi che sono due vite fatte di strappi, talvolta dolorosi.

Il desiderio e l’attrazione sono altri protagonisti della narrazione. Che peso hanno nel rapporto tra il biografo ed Emma? Sono volani di confidenza o agenti di possibili manipolazioni della testimonianza?

Meglio il desiderio che la pulsione. Oggi agiamo più per impulsi esterni. L’insegnante ha in un primo momento il ruolo dell’“uomo che guarda”, prova desiderio per le sue allieve, ma sente anche un’attrazione per il mondo di Emma e per le sue esperienze. Questo desiderio è certo un motore della storia. Si avanza da una sublimazione all’altra. Anche Emma, in maniera forse altrettanto immatura qui, passa dal desiderio di prostituirsi a quello di vivere con pochissimo e finire sul lastrico, forse ancora per fare torno alle aspettative del padre. Entrambi potrebbero affermare: «desidero, dunque sono vivo ». Ma Emma è anche oggetto di desiderio per gli altri e questo complica tutto, perché non capisce bene di che natura sia il suo e non incontra per forza le risposte che si aspetta. Come se non bastasse, l’insegnante desidera che Emma corrisponda alla sua immagine ideale di transgender e non esita a manipolarla e a manipolare la realtà di ciò che lei gli racconta.

Infine, un altro studente, all’interno del romanzo, attira l’attenzione del professore biografo: Samuel. Può raccontare ai nostri lettori qualcosa in più su questo personaggio? Anche la sua vita può definirsi in “transizione”?

Samuel ha voluto essere ebreo. Quindi è passato per la circoncisione, poi è diventato cittadino israeliano, ma quando capisce che gli piacerebbe studiare qualcosa che non potrà approfondire nel suo paese (la filosofia), allora desidera vivere in un altrove idealizzato. Anche lui pretende troppe cose tutte insieme e non sa come fare a decidersi . E’ tipico della sua generazione. E’ uno studente come Emma, in apparenza forte e sicuro di sé in classe, potrebbe essere un buon compagno di strada per Emma. Ma anche la sua identità è dolorosa (ebreo e israeliano, di origine tunisina, giunto in Francia con i conflitti che incendiano la sua Terra). Siccome non riesce a trovare pace nemmeno in Francia, partecipa alle rivolte sociali e prima di rinunciare a cambiare il mondo, chiede consiglio all’insegnante, che lo stima perché, al contrario di lui, Samuel agisce in modo da trasformare le condizioni circostanti. Sono tre esistenze alla deriva, in fin dei conti. La precarietà è la dimensione dell’oggi. Tutto è transitorio, eppure in senso assoluto è sempre stato così. Il problema è che un certo discorso va per la maggiore in società: potete diventare qualunque cosa, ci viene detto, massima libertà. E poi si incontrano dei limiti pratici e dettati dalla stessa società liberale.